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Dott.ssa Laura Ferrero — Dietologia e Medicina Estetica, Torino
Obesità perché non è (solo) una questione di forza di volontà
«Basta un po' di forza di volontà.» «Se solo seguisse la dieta con più impegno.» Frasi che, da trent'anni di ambulatorio, sento ripetere non solo dai pazienti che le hanno sentite dire, ma a volte anche da chi dovrebbe saperne di più.
È tempo di essere chiari, con il rigore che la nostra professione richiede: l'obesità non è un cedimento del carattere.
È una malattia cronica, recidivante, multifattoriale — e trattarla come un problema di disciplina personale non è solo scorretto sul piano scientifico, ma può essere clinicamente dannoso.
Lo dice con forza anche la letteratura più recente. Un contributo pubblicato quest'anno sull'International Journal of Eating Disorders and Obesity, firmato dallo psicologo Riccardo Dalle Grave, ha riacceso il dibattito su un punto che in ambulatorio tocco ogni giorno: il confine tra obesità e disturbi del comportamento alimentare è molto più sfumato di quanto la narrazione comune lasci credere, e i due mondi devono dialogare molto più di quanto abbiano fatto finora.
Il mito del “basta impegnarsi di più”
La convinzione che l'obesità dipenda semplicemente da quanto una persona “si applica” — che sia solo una questione di calorie in entrata e calorie in uscita governata dalla sola volontà — è un'idea intuitiva, ma smentita da decenni di ricerca in fisiologia ed endocrinologia metabolica.
Il peso corporeo è regolato da un sistema neuro-ormonale complesso, che coinvolge l'ipotalamo, ormoni come leptina, grelina, insulina e i peptidi intestinali, e che si adatta attivamente per difendere il peso raggiunto, spesso opponendosi ai tentativi di dimagrimento.
Sistema neuro-ormonale
Ipotalamo, leptina, grelina, insulina e peptidi intestinali contribuiscono alla regolazione della fame, della sazietà e del peso corporeo.
Genetica ed epigenetica
La predisposizione individuale può influenzare metabolismo, distribuzione del grasso, risposta alla dieta e tendenza a recuperare peso.
Ambiente obesogenico
Disponibilità alimentare, sedentarietà, ritmi di vita e contesto sociale possono favorire comportamenti che aumentano il rischio di obesità.
Sonno, stress, farmaci e microbiota
Qualità del sonno, stress cronico, alcuni farmaci e alterazioni del microbiota intestinale possono contribuire alla regolazione del peso.
A questo si aggiungono predisposizione genetica ed epigenetica, alterazioni del microbiota intestinale, fattori ambientali — il cosiddetto “ambiente obesogenico” — farmaci, qualità del sonno, stress cronico e, punto centrale dell'articolo che ha ispirato questa riflessione, una stretta interazione con la psicopatologia alimentare.
La complessità che la forza di volontà non spiega
Considerare l'obesità come il risultato di una scarsa disciplina individuale ignora questa complessità biologica e psicologica.
E soprattutto, come vedremo, può peggiorare proprio i meccanismi che mantengono il problema.
Il circolo vizioso che la dieta “ferrea” può innescare
Uno degli elementi più interessanti evidenziati dal lavoro di Dalle Grave riguarda il ruolo della restrizione alimentare rigida ed estrema.
Quando il controllo del cibo si basa su regole inflessibili e obiettivi difficili da sostenere nel tempo, anche una piccola deviazione può essere vissuta come un fallimento totale.
Dieta ferrea
Il percorso parte da regole molto rigide, alimenti proibiti e un controllo elevato dell'alimentazione.
Trasgressione percepita
Anche una deviazione limitata dal programma viene interpretata come un fallimento completo.
Abbuffata
Lo schema “ormai ho sbagliato” può favorire la perdita di controllo sull'alimentazione.
Senso di colpa
L'episodio viene attribuito a mancanza di volontà o debolezza personale.
Nuova restrizione
Il tentativo successivo diventa ancora più severo, riavviando il ciclo.
Questo ciclo non è un difetto di carattere del paziente: è un meccanismo psicobiologico documentato, che può contribuire sia alla psicopatologia alimentare sia alla difficoltà di mantenere nel tempo la perdita di peso.
Prescrivere “più disciplina” a chi è già intrappolato in questo schema significa, nella pratica clinica, alimentare esattamente il problema che si vorrebbe risolvere.
Lo stigma del peso: quando la colpevolizzazione diventa essa stessa un fattore di malattia
Un punto su cui, come medico, ritengo urgente insistere è il ruolo dello stigma del peso: la svalutazione, gli stereotipi e la discriminazione che le persone con obesità incontrano in ambito sanitario, lavorativo, scolastico e sociale.
Le conseguenze non sono solo emotive: lo stigma è associato ad ansia, depressione, isolamento sociale, alimentazione emotiva, riduzione dell'attività fisica ed evitamento delle cure mediche — e può contribuire sia al mantenimento dell'obesità sia alla psicopatologia alimentare.
Ansia, depressione e isolamento
La svalutazione legata al peso può aumentare sofferenza psicologica e ridurre il senso di autoefficacia.
Alimentazione emotiva
Stress, vergogna e giudizio possono contribuire a un rapporto più disfunzionale con il cibo.
Riduzione dell'attività fisica
Il timore del giudizio può favorire l'evitamento di palestre, attività sportive e situazioni sociali.
Evitamento delle cure
Esperienze di stigma anche in ambito sanitario possono rendere più difficile chiedere aiuto e sottoporsi ai controlli necessari.
L'interiorizzazione dello stigma
Particolarmente dannosa è l'interiorizzazione dello stigma, quando è la persona stessa a fare propri i pregiudizi sul proprio peso.
Aumentano vergogna, autocritica, evitamento del corpo e comportamenti alimentari disfunzionali.
La vergogna non è mai uno strumento terapeutico
La vergogna non produce cambiamento stabile, riduce la fiducia nelle proprie capacità e allontana le persone dalle cure di cui avrebbero bisogno.
Una valutazione clinica seria richiede competenza, non slogan
Chi si presenta in un percorso di gestione del peso non viene sempre valutato in modo sistematico per un possibile disturbo del comportamento alimentare — eppure tra questi pazienti possono essere presenti binge-eating, bulimia nervosa, anoressia atipica o altre forme di alimentazione disordinata.
Una dieta molto restrittiva può non essere appropriata
Proporre una dieta molto restrittiva a una persona con abbuffate ricorrenti e forte preoccupazione per peso e forma corporea rischia di intensificare proprio i meccanismi che mantengono il disturbo.
È altrettanto vero il contrario: nei percorsi centrati sui disturbi alimentari, complicanze mediche legate all'obesità — diabete di tipo 2, malattie cardiovascolari, apnee ostruttive del sonno, alterazioni metaboliche — possono essere sottovalutate.
La valutazione deve tenere insieme più dimensioni
Una valutazione realmente completa deve tenere insieme salute fisica, comportamento alimentare, psicopatologia, rapporto con il corpo e condizioni mediche.
Questo richiede una formazione specifica e multidisciplinare, non semplificazioni da social network.
Salute fisica e parametri metabolici.
Comportamento alimentare e presenza di abbuffate o restrizioni.
Rapporto con il peso e con la forma corporea.
Psicopatologia alimentare.
Complicanze mediche associate all'obesità.
Il caso dei farmaci GLP-1: perché il calo di peso non basta
La diffusione di farmaci come semaglutide e tirzepatide rende oggi ancora più urgente questo confronto tra specialisti.
Questi trattamenti possono ridurre l'appetito, favorire un calo ponderale significativo e migliorare alcuni parametri cardiometabolici, agendo anche sulla componente impulsiva dell'abbuffata.
Riduzione dell'appetito
Semaglutide e tirzepatide possono ridurre fame e intake alimentare, facilitando il calo ponderale.
Miglioramento cardiometabolico
Il trattamento può migliorare alcuni parametri metabolici e cardiometabolici associati all'obesità.
La riduzione della fame non modifica automaticamente la psicopatologia alimentare
Una persona può avere meno episodi di abbuffata e continuare comunque ad attribuire un peso eccessivo alla propria forma corporea nell'autovalutazione.
Un calo di peso rapido, per di più, può aumentare la paura di riprendere peso, soprattutto se accompagnato da commenti sociali entusiasti.
L'inibizione dell'appetito può inoltre mascherare sintomi restrittivi nascenti, rendendoli più difficili da individuare per tempo.
Per questo l'uso di questi farmaci dovrebbe sempre accompagnarsi a una valutazione competente del comportamento alimentare e della componente psicologica, all'interno di un percorso seguito da professionisti qualificati.
Una malattia, non una colpa
Il messaggio che, come medico, ritengo più importante portare fuori dagli ambulatori è questo: l'obesità va trattata come la malattia cronica multifattoriale che è , con la stessa serietà scientifica e lo stesso rispetto per la persona che riserviamo a qualsiasi altra patologia.
Non ha senso clinico ridurla a un problema di impegno personale, così come non lo ha ridurre il diabete di tipo 1 a una questione di “quanti dolci mangia” il paziente.
Superare questa narrazione semplicistica significa costruire percorsi di cura realmente integrati — medici, dietologi, psicologi, nutrizionisti — capaci di guardare insieme alla salute fisica e psicologica della persona, senza colpevolizzarla e senza ridurre il suo valore a un numero sulla bilancia.
È questo l'approccio con cui, da sempre, seguo i miei pazienti.
Fonte
Dalle Grave, R. (2026).
Bridging the Divide: The Potential Benefits of a Stronger Dialogue
Between the Eating Disorder and Obesity Fields.
IJEDO, 8, 52–57.
Articolo divulgativo a cura di AIDAP – Associazione Italiana Disturbi dell'Alimentazione e del Peso.
Domande frequenti
L'obesità dipende dalla forza di volontà?
No. L'obesità è una malattia cronica, recidivante e multifattoriale. Il peso corporeo è influenzato da sistemi biologici, ormonali, genetici, ambientali, farmacologici e psicologici.
Perché alcune persone riprendono peso dopo una dieta?
Il corpo può mettere in atto adattamenti neuro-ormonali che aumentano la fame e riducono il dispendio energetico, opponendosi al mantenimento del peso perso.
Una dieta molto rigida può essere dannosa?
In alcune persone può favorire un meccanismo “tutto o nulla”, con alternanza tra restrizione severa, perdita di controllo, senso di colpa e nuove restrizioni.
Che cos'è lo stigma del peso?
È l'insieme di stereotipi, svalutazione e discriminazione rivolti alle persone in base al loro peso corporeo.
Può influenzare salute psicologica, comportamento alimentare, attività fisica e rapporto con le cure.
La vergogna può motivare a dimagrire?
No. Nel documento viene sottolineato che la vergogna non rappresenta uno strumento terapeutico e può ridurre la fiducia della persona nelle proprie capacità.
Obesità e disturbi del comportamento alimentare possono coesistere?
Sì. Nei pazienti che cercano un trattamento per il peso possono essere presenti binge-eating, bulimia nervosa, anoressia atipica o altre forme di alimentazione disordinata.
I farmaci GLP-1 risolvono i disturbi alimentari?
Non automaticamente. Possono ridurre appetito, peso ed eventualmente alcune componenti impulsive dell'abbuffata, ma non modificano da soli i processi psicologici sottostanti.
Perché serve un approccio multidisciplinare?
Perché obesità, salute metabolica, comportamento alimentare e psicopatologia possono interagire tra loro e richiedere competenze differenti.
Affronta il peso con un percorso medico, non con il senso di colpa
Nel mio studio a Torino possiamo valutare storia del peso, composizione corporea, parametri metabolici, comportamento alimentare e caratteristiche individuali, costruendo un percorso personalizzato e rispettoso della complessità della persona.
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