I potenziali danni della ridefinizione dell’obesità

 In Dieta, Nutrizione Clinica

Il settimo elemento della lista per la modificazione della definizione delle malattie sviluppata dal Gruppo di Lavoro della Rete Internazionale di Linee Guida per evitare Diagnosi eccessive e pubblicata su JAMA Internal Medicine riguarda il problema dei potenziali danni ai pazienti.

Dati gli ovvi benefici della ridefinizione dell’obesità come presenza di grasso corporeo anormale o in eccesso che comprometta la salute, non di meno è prudente esplorare i possibili rischi non intenzionali.
Ovviamente espandere il termine “obesità” per includere in esso tutte quelle persone che al momento si trovano al di sotto della soglia limite di BMI ma possono comunque avere debilitazioni dovute al peso corporeo può non essere adatto ad essi, che potrebbero addirittura essere scioccati dall’apprendere di essere considerati obesi e quindi essere potenzialmente stigmatizzati come tali dalla società.
Dobbiamo ricordare che i danni potenziali di una diagnosi possono essere fisici, dovuti alla diagnosi stessa o a un trattamento, psicologici, come l’ansia, sociali, come stigma e discriminazione e finanziari, come effetti sull’impiego. Includono inoltre applicazioni e interpretazioni sbagliate della definizione della malattia se questa viene estrapolata da un’applicazione ristretta di ricerca e usata in un contesto clinico più ampio.

Un problema forse più preoccupante sta nell’impatto che la ridefinizione di obesità può avere sulle risorse limitate che il sistema sanitario può mettere a disposizione nel trattamento di questa malattia.
Un cambiamento nella gestione delle risorse può sfociare in un accesso ridotto alle cure per alcuni pazienti e distrazione e deviazione dalle cure cliniche. Può accadere sia a livello di società globale, se dovessero essere sottratti finanziamenti da alcune aree importanti per la salute, sia a livello individuale, se i pazienti venissero distolti da attività utili per il loro benessere. Cambiamenti nella definizione delle malattie possono avere un impatto considerevole sui costi, inclusi i costi dei test clinici, e sulle risorse richieste dai trattamenti e dai follow-up di coloro che secondo i nuovi criteri vengono considerati malati. Potrebbero anche essere richieste nuove risorse per informare dei cambiamenti e minimizzare il rischio di diagnosi sbagliate. La questione dei costi è particolarmente importante nei paesi poveri, dove le definizioni inappropriate delle malattie possono risultare in sprechi delle risorse sanitarie già limitate.
Queste preoccupazioni sono tutt’altro che triviali. Non solo le risorse attuali per il trattamento dell’obesità nel nostro sistema sanitario sono limitate se non inesistenti, ma uno dei motivi per cui c’è tanta esitazione nel concedere accesso ai trattamenti è l’alto numero di individui che già si qualificano per tali trattamenti. Espandere significativamente la rosa di pazienti candidabili renderebbe ancora più difficile la gestione di questi numeri.
Non solo ci sarebbe bisogno di dimostrare che concedere l’accesso alle terapie per l’obesità a pazienti attualmente sotto la soglia di BMI potrebbe ridurre significativamente loro rischi, ma bisognerebbe anche dimostrare che questi sforzi saranno affrontabili economicamente sul lungo termine.
Dato il numero limitato di trattamenti, non sembra esserci un modo efficace per fornirli a chiunque incontri l’attuale definizione dell’obesità secondo il BMI, e ancora meno per i milioni di persone che sarebbero considerate obese se la definizione della malattia venisse estesa a chiunque abbia rischi per la salute dovuti a grasso corporeo in eccesso.
Pertanto, anche se la ridefinizione dell’obesità potrebbe avere senso a livello biologico per la nostra comprensione della patofisiologia e dell’impatto sulla salute di questo disturbo cronico complesso, i danni per la società e l’economia del sistema sanitario di una mossa simile devono essere attentamente considerati.

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