Onnivora, Ovolattovegetariana e Vegana: vari tipi di dieta e la sostenibilità ambientale

L’impatto sulla salute delle scelte alimentari è ben noto, mentre manca l’informazione riguardo l’influenza che hanno sull’ambiente.

Una strategia per ridurre sia la diffusione di malattie umane non comunicabili che il deterioramento ambientale potrebbe essere promuovere la diffusione di una dieta vegetale come alternativa ai prodotti di origine animale.
 La dieta mediterranea, che può essere considerata un approccio dietetico a base vegetale, sembra incontrare sia le necessità salutistiche che quelle ambientali: è associata ad una riduzione delle malattie metaboliche e alla prevenzione di alcuni tipi di tumori, oltre ad un minor impatto ambientale.

Nonostante la massiccia presenza di studi sui gas serra, mancano dati estensivi sul consumo di acqua e suolo in riferimento alla produzione alimentare, che possano sostenere e dimostrare l’effettivo minore impatto delle diete vegetariane.

Onnivora, Ovolattovegetariana e Vegana: uno studio fra nutrizione e sostenibilità ambientale

Gli studi effettuati fino ad ora sulla sostenibilità delle diete sono stati mancanti di comprensività e completezza, mentre sarebbe necessario effettuare le rilevazioni su report di diete effettive, in grado di dare una visione relativa anche ai nutrienti e all’apporto calorico. C’è bisogno dunque di una ricerca interdisciplinare che coniughi l’aspetto ambientale e nutrizionale attraverso l’uso di dati reali raccolti in situazioni di vita vera. Perciò questo studio ha esplorato l’impatto ambientale di alimentazioni onnivore, ovolattovegetariane e vegane nel contesto della vita reale di una porzione di popolazione italiana per esaminare la variabilità interindividuale all’interno di ogni gruppo.

I partecipanti allo studio sono 153 adulti sani di 4 città:

  • Bari
  • Bologna
  • Parma
  • Torino

I partecipanti allo studio sono così suddivisi:

  • 51 onnivori (O)
  • 51 ovolattovegetariani (VG)
  • 51 vegani (V)

Hanno compilato un report per 7 giorni consecutivi riferito al cibo e alle bevande consumati, compreso il loro peso. I vari alimenti sono stati divisi in categorie per controllare l’attinenza dei partecipanti ai tre gruppi dietetici ed è stato poi calcolato il loro apporto energetico e in nutrienti. La salute nutrizionale dei partecipanti è stata calcolata attraverso l’attinenza alla dieta mediterranea, utilizzando uno strumento che attribuisce un punteggio positivo agli alimenti tipici di questa dieta e negativo ai cibi non mediterranei.
 A questi dati è stata associata l’analisi del differente impatto sull’ambiente secondo la metodologia LCA (Life Cycle Assessment) che prende in considerazione tutte le fasi della catena di produzione alimentare: nello specifico è stato utilizzato il database relativo alla sostenibilità ambientale della fondazione Barilla Center for Food and Nutrition, che prende in considerazione:

  • la Carbon Footprint (CF)
  • la Water Footprint (WF)
  • la Footprint Ecologica (EF)

Questi valori indicano rispettivamente le emissioni di gas serra, il consumo d’acqua e l’utilizzo di terra o mare produttivi necessari alla produzione di un’unità di cibo.

Per ogni partecipante sono stati calcolati questi fattori in CO2 equivalenti al kg, in litri al kg e a m2 al kg di cibo consumato ogni giorno.

Onnivora, Ovolattovegetariana e Vegana: cosa è emerso dallo studio?

Secondo i dati raccolti da questo studio, i membri del gruppo VG e V sono risultati essere i maggiori consumatori di frutta e verdura (678,7 e 871,4g/d rispettivamente), mentre il gruppo O ne consuma solo 386g/d. I prodotti di origine animale consumati sono significativamente di più per il gruppo O (357,3g/d contro gli 83,2g del gruppo VG e gli 0g del gruppo V). I tre gruppi alimentari hanno mostrato un’aderenza media alla dieta mediterranea, più alta per il gruppo V.
 L’apporto proteico e in carboidrati è rispettivamente più alto e più basso per il gruppo O, mentre quello in grassi è più alto nel gruppo O e più basso nel gruppo V.
L’impatto ambientale è superiore secondo ciascun fattore per le diete a base animale, mentre non ci sono differenze sostanziali tra VG e V.
 Gli alimenti di origine animale sono consumati in quantità minori ma hanno il maggior impatto in materia di footprint. Il contributo di carne e pesce nella dieta onnivora per categoria di footprint è del 37% per CF, 38% per WF e 44% per EF. I derivati animali contribuiscono per il 22 e 26% alla CF nella dieta O e VG, e per il 26 e 31% per la WF. D’altra parte, gran parte dell’impatto ambientale delle diete V e VG è da attribuirsi al consumo di vegetali, responsabile rispettivamente del 56 e 84% della CF, del 69 e del 92% della WF e del 58 e del 90% della EF. Una percentuale minima è collegata a dolciumi e bevande.

L’impatto sulle footprint è risultato essere direttamente proporzionale all’apporto energetico e proteico dei vari cibi, e inversamente proporzionale all’aderenza alla dieta mediterranea.
 La variabilità interindividuale all’interno di ogni gruppo è influenzata principalmente dall’apporto energetico e di carboidrati. La variabilità all’interno del gruppo O è più alta di quella dei gruppi VG e V. Per due partecipanti del gruppo V è stato notato un impatto ambientale particolarmente alto, a causa del loro consumo quasi esclusivo di frutta.

L’apporto dei vari nutrienti per gruppo osservato è risultato essere diverso da quelli dei modelli dietetici raccomandati: questo è il motivo per cui lo studio è stato effettuato su dati reali. Sempre basandosi su questi dati è risultato evidente che la dieta vegana non ha un impatto ambientale significativamente inferiore a quello della dieta vegetariana. 
Una spiegazione potrebbe essere nel fatto che spesso le diete a base vegetale fanno uso di alimenti fortemente processati (hamburger di seitan, yogurt di soia…) piuttosto che di vegetali al loro stato naturale. Inoltre, la bassa densità energetica degli alimenti vegetali ha come risultato un consumo maggiore (di circa il 12,5%) per il gruppo V rispetto a VG.
Lo studio comparato dell’impatto ambientale di diverse popolazioni resta molto difficile, perchè i dati variano ampiamente in base alle scelte individuali, al genere o alle strutture abitative. Ad esempio alcuni soggetti che seguono una dieta vegana ad alto livello di grassi hanno un impatto sulla EF maggiore.

Onnivora, Ovolattovegetariana e Vegana: qual è la debolezza di questo studio?

La debolezza di questo studio è la mancanza di dati riguardanti la stagionalità, i metodi di allevamento, di macello e di produzione dei beni alimentari, oltre che alcune limitazioni del database ambientale utilizzato, in parte incompleto, che ha imposto l’analisi del sottogruppo alimentare piuttosto che dell’alimento vero e proprio. Non erano disponibili i dati sulla WF di pesce e prodotti ittici, né quelli su tè e caffè come prodotti pronti. Nonostante ciò, è stato il primo studio che ha valutato contemporaneamente la CF, WF e EF nei vari gruppi dietetici.

Per raggiungere una soluzione ecologicamente sostenibile, gli alimenti di origine animale andrebbero parzialmente sostituiti con alimenti di origine vegetale, in concordanza alle linee guida nutrizionali. Al tempo stesso, sono importanti le osservazioni sulla variabilità interindividuale per determinare l’impatto delle scelte personale sull’ambiente. Non bisogna dunque pensare per gruppo dietetico ma anche per decisioni individuali.

Le raccomandazioni riguardanti l’impatto ambientale meritano studi ulteriori, che ad esempio prendano in considerazione lo stato di salute del soggetto. 
La popolazione va educata ad effettuare piccole modifiche al suo stile di vita, che con un approccio olistico comprendente preservazione della salute e sostenibilità ambientale, possono ottenere un risultato comune.

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