L’ALIMENTAZIONE MECCANICA NEI TRATTAMENTI DEI PAZIENTI AFFETTI DA DISTURBI DEL COMPORTAMENTO ALIMENTARE

 In Dieta, Vario

MANGIARE IN MODO MECCANICO

Con il termine mangiare “meccanicamente” si intende nutrirsi secondo orari determinati e un piano prestabilito. Questo deve spingere il paziente a considerare il cibo come una “medicina” che, oltre a farlo stare bene, lo “vaccina” contro il craving e le conseguenti abbuffate.

All’inizio del trattamento, quando l’ansia e i sensi di colpa in relazione all’alimentazione sono considerevoli, rimuovere il fattore decisionale a carico del paziente diventa cruciale.

Attenersi rigidamente al piano alimentare è importantissimo, soprattutto rispettare le indicazioni sulle quantità: non aumentare le dosi né diminuirle.

L’alimentazione meccanica, sollevando il paziente da tutte le incombenze decisionali in merito all’alimentarsi, elimina o comunque riduce moltissimo il senso di orgoglio che il suddetto prova nell’evitare il cibo e il senso di colpa che scaturisce dall’aver ceduto al bisogno di nutrirsi.

In questa fase i pazienti non possono permettersi di prestare ascolto ai loro bisogni ma limitarsi a seguire il piano alimentare loro fornito, fino a che l’alimentazione non sarà regolata, in modo più naturale, da segnali interni.

Un approccio rigido potrebbe sembrare in conflitto con quanto si dovrebbe fare per assicurarsi che il paziente ristabilisca la fiducia nelle sue sensazioni interiori, ma purtroppo, prima di qualsiasi altro percorso, è indispensabile  in quanto va a ripristinare un normale funzionamento dei meccanismi che regolano la fame e la sazietà, processo che richiede mesi, talvolta anni.

INTERVALLARE I PASTI

Una delle abitudini più comuni tra i pazienti è quella di saltare i pasti per poter “risparmiare” le calorie per le ore serali. Col trascorrere della giornata la fame aumenta e il ritrovarsi a mangiare in eccesso la sera diventa inevitabile. La restrizione alimentare durante il giorno, seguita da un consumo eccessivo di cibo durante le ore serali, porta i pazienti a sviluppare un peso maggiore di quello che otterrebbero se mangiassero in modo regolare senza seguire nessuna dieta. Intervallare i pasti all’interno della giornata è, quindi, di importanza fondamentale. Idealmente i pasti assunti ogni giorno dovrebbero essere cinque: tre pasti principali (colazione, pranzo e cena) e uno o due spuntini.

PRESTARE ATTENZIONE ALLA QUANTITÀ DI CIBO INGERITO

Il numero delle calorie di cui un paziente necessita quotidianamente dipende dal suo peso, dal suo metabolismo, dalla sua alimentazione e dalla capacità di tollerare il cambiamento.

L’ideale è aumentare gradualmente l’apporto calorico per raggiungere un aumento di peso di circa 1/2 – 1 Kg alla settimana e per quelle ospedalizzate anche di 1-1,5 Kg alla settimana. Per queste ultime la dieta dovrebbe prevedere un apporto calorico che non scenda mai sotto le 1500 calorie al giorno per arrivare a 1800 e 2400 calorie nel corso della prima settimana.

I pasti vanno rigorosamente terminati, in modo da poter sviluppare la percezione che la quantità di cibo loro prescritta può essere assimilata secondo il piano previsto di recupero del peso e della sua stabilizzazione.

Nel passaggio dallo stato ipometabolico a ipermetabolico può rendersi indispensabile aumentare le calorie della dieta fino a raggiungere le 3500-4000 calorie giornaliere.

Le pazienti con una storia personale o familiare di obesità normalmente necessitano di un minor apporto calorico per raggiungere l’aumento di peso desiderato.

Per le pazienti non ospedalizzate non è importantissima la velocità di un recupero ponderale quanto il graduale ma costante progresso verso un aumento di peso.

PRESTARE ATTENZIONE ALLA QUALITÀ DI CIBO INGERITO

Sovente i pazienti tendono a classificare il cibo in “buono” e “cattivo”,  basandosi su miti nutrizionali come quello secondo cui le calorie provenienti dai grassi  sono accumulate come grasso corporeo a differenza di quelle delle proteine e dei carboidrati che invece verrebbero bruciate. Accanto a queste idee distorte si schierano le restrizioni parziali o totali che vedono alimenti come, per esempio, lo zucchero e la carne rossa, totalmente esclusi dalla dieta.

Un’alimentazione priva di taluni alimenti, considerati “ingrassanti”, rassicura i pazienti e, pertanto, si può protrarre per il primo periodo per poi procedere con l’inserimento, settimanale, dei cibi evitati o proibiti.

Gli alimenti che i pazienti prediligevano prima della manifestazione del disturbo alimentare dovrebbero servire come indicazione di massima per poter scegliere e offrire al paziente delle alternative che gli permettano di iniziare il percorso con maggior serenità.

I pazienti affetti da bulimia dovrebbero consumare piccole quantità dei cibi che prima riservavano alle abbuffate per riclassificarli come cibi buoni, in grado di prevenire il craving psicologico e eliminare l’accezione negativa di perdita di controllo che avevano assunto.

Scoraggiare certe prese di posizione e combattere errati miti alimentari richiede un’approfondita competenza in ambito nutrizionale ed è opportuno che i clinici sviluppino, in quest’ambito, un background culturale.

Fonti:
Fairburn CG, Agras WS, Walsh BT., Wilson GT, & Stice E (2004). Prediction of outcome in bulimia nervosa by early change in treatment. American Journal of Psychiatry 161, (12), 2322-2324. Fairburn CG, Cooper Z, & Shafran R (2003).

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