La Vitamina D3

 In Dieta, Vario

La Vitamina D3, non la D2, è la chiave per affrontare la carenza di Vitamina D

Secondo dei ricercatori inglesi, la Vitamina D3, a parità di dosi quotidiane in cibo e bevande, è molto più efficace della D2 nell’innalzare l’indicatore biologico dello stato vitaminico D: questa scoperta potrebbe avere importanti implicazioni sia per le attuali linee guida che per l’industria degli integratori.
In test di controllo casuali condotti sugli integratori di Vitamina D, la D3, derivata da prodotti animali come pesce o uova, è risultata associata a livelli di 25-idrossivitamina D [25(OH)D] molto più alti di quelli della D2, derivata dalle piante, ad esempio i funghi, e attualmente usata in gran parte degli integratori e dei cibi fortificati.
Laura Tripkovic, del dipartimento di Scienze dell’Alimentazione dell’Università di Surrey, in Gran Bretagna, dichiara che la Vitamina D3 è due volte più efficace della D2 nell’alzare i livelli di Vitamina D nell’organismo, ribaltando ciò che si credeva fino ad ora.
Questa vitamina è essenziale per il funzionamento dell’organismo e la sua buona salute a lungo termine, ma non è facile ottenerne sufficienti quantità dalla sua fonte naturale, il sole, in particolare in paesi dal clima poco favorevole: per questo motivo è importante aiutare le persone a fare scelte ben informate sugli alimenti da consumare per aumentarne i livelli. In ogni caso si può parlare di deficienza preoccupante solo sotto valori di 30 nmol/L. Lo studio in questione ha dimostrato che bastano dosi piuttosto modeste di D3 per mantenersi senza sforzo molto al di sopra di questo limite.

Secondo le linee guida attuali di molti paesi, la D3 e la D2 sono equivalenti, ma è davvero così?

La Dott.Tripkovic ha pertanto condotto un test in cui 335 donne del sud-est asiatico ed europee sono state assegnate ad uno dei seguenti gruppi:

  • Consumo di un succo placebo e di un biscotto placebo (59 persone)
  • Consumo di succo addizionato con 15-µg di D2 e un biscotto placebo (D2J) (60 persone)
  • Consumo di succo placebo e di un biscotto addizionato con 15-µg di D2 (D2B) (58 persone)
  • Consumo di succo addizionato con 15-µg di D3 e un biscotto placebo (D3J) (59 persone)
  • Consumo di succo placebo e di un biscotto addizionato con 15-µg di D3 (D3B) (55 persone)

I trattamenti sono stati somministrati quotidianamente per 12 settimane.
Combinando le due etnie, i ricercatori hanno scoperto che il gruppo placebo ha subito una riduzione di 25(OH)D del 25%, con un valore assoluto di -11.2 nmol/L.
I gruppi D2J e D2B hanno subito un aumento rispettivamente del 33% e 34%, mentre i gruppi D3J e D3B rispettivamente del 75% e 74%.
Non sono state riportate differenze significative tra i gruppi D3B e D3J, né tra i due gruppi etnici, anche se le donne asiatiche hanno prodotto una risposta migliore a entrambe le varianti vitaminiche rispetto alle europee, probabilmente per i loro inferiori livelli base di 25(OH)D

Secondo una dichiarazione della Dott.Tripkovic al Medscape Medical News, questa scoperta, oltre a stravolgere l’industria degli integratori, può essere d’aiuto nel collegare le integrazioni di Vitamina D a risultati clinici misurabili. “Se altri ricercatori vogliono comprendere i benefici concreti della Vitamina D in casi riguardanti la salute delle ossa o problemi cardiovascolari è molto importante fornire prove sicure di ciò che sappiamo di questa sostanza, in modo che possano modellare su di esse i loro studi.”

Il prossimo passo è capire quale altro cibo contenente la Vitamina D3 può essere efficace ed accettabile da consigliare alla popolazione e comprendere meglio la connessione tra dosi e risultato, in particolare per quanto riguarda le dosi minime da prescrivere per incontrare i valori raccomandati indicati dalle linee guida nazionali.

Il solo risultato del test, che ha permesso ad un tale numero di donne di migliorare la propria condizione di deficienza vitaminica nel giro di un inverno, è straordinario, e i ricercatori sono convinti di poter essere d’aiuto ad ancora più persone in futuro.

Un problema che questo studio non considera è se la 25(OH)D derivata dalla D2 sia meno bioattiva della 25(OH)D3. Definire questo valore è difficile quanto capire quanta 25(OH)D sia sufficiente al buon funzionamento dell’organismo, e quindi che valore base raccomandabile indicarne nelle linee guida.

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